I
prepararsi alla scrittura
è come pararsi il funerale
essere del tutto pronti dico
a nulla vale l’aver pensato
ad un filo di poesia
nell’adolescenza impensierata
è all’agonia di ogni ego
a che non siamo preparati
e che ci richiede lo sterro
con una penna brandita in mano
queste variazioni canoniche
in che siamo calati quando pensiamo
di essere uno che scrive
è topos letterario
che presto si frange
non vorremmo ma è lei che ci scrive
la biblioteca
che ci assedia di mentire sempre
e che ci richiede carta
ancora e ancora
per mesi e mesi ho cercato
materialmente
una penna che fosse men dura
poi ho capito che mi tremava il polso
che a scrivere non era la penna
ma una massa
del dimidiato spirito
poi ho oltrepassato la mollezza
e il modo della scrittura
e con questi impoetici versi
mi sono rabberciato un catafalco
su cui immolare la verità
di un verso che fosse consolatorio
II
cosa aspettano che mi sia fatto fuori
perché la vicina di casa possa
angosciarsi al telefono celiando
per dire che al piano di sopra
viveva un poeta
avrei dovuto aspettarmi anche io
di entrare in manicomio
per dettare ad un infermiere sordo
un’autobiografia in decasillabi sbilenchi
III
ho abbaiato tutta la notte
ho ululato insieme al mio cane
a chi faceva più chiasso
le pepite di tutte le Europe
non potranno zittire l’urlo che covo
con tanta assidua stoltezza
quando mi guarda l’amore mio
che era nell’ora salvifica del riposo
voltolato nel letto
mio amato
IV
dovranno essere almeno in tre
per legarmi al palo della vergogna
quando mi si imporrà il silenzio
quando avrò violato
l’incancrimento di ogni patto sociale
che insegna il silenzio ai poeti
e gli sgherri armati dei letterati titolati
quelli che raccontano che il rosso è nero
e per i quali va sempre tutto bene
impreparato come sono allo spolvero
del loro scaffale di libreria